Bassi salari in Umbria: Rifondazione chiede l’immediata convocazione del Consiglio regionale

Rifondazione Comunista dell’Umbria richiede la convocazione di un Consiglio Regionale che ponga all’ordine del giorno l’emergenza salari nella nostra regione e valutare l’opportunità di istituire una Commissione consiliare speciale che controlli l’aumento dei prezzi e delle tariffe oltre ai fenomeni speculativi in corso.

Un recente studio della IRES – CGIL ci consegna dati assai significativi.

Nel periodo 1993 – 2006 su 16,7 punti percentuali di crescita della produttività solamente 2,2 punti (il 13%) sono andati ai salari, mentre alle imprese sono andati 14,5 punti (l’87%).

La questione dei bassi salari è dunque una grande questione aperta sulla redistribuzione della ricchezza in Italia ed in Umbria.

Infatti la stessa IRES – CGIL conferma, dato purtroppo già noto nel tempo, che i salari degli operai umbri sono inferiori di circa il 10% dei loro colleghi delle regioni del centro – nord del Paese. Inoltre la ricerca dell’IRES – CGIL ci dice anche che la crescita della produttività nel nostro Paese è più lenta che nel resto d’Europa e che la causa principale di questa mancata crescita deriva non dalla scarsa produttività del lavoro (tra le più alte del mondo), ma da quella del capitale, incapace di introdurre significative innovazioni sia di prodotto che di processo, oltre che da una infrastrutturazione del Paese, materiale ed immateriale, del tutto inadeguata.

Il sistema delle imprese attua feroci politiche di bassi salari per restare competitivo sul mercato, non potendo più ricorrere alla svalutazione della lira nel regime della moneta unica europea. Recuperano così sul versante dei costi i margini di profitto erosi dalla minore competitività.

La politica dei bassi salari viene condotta a danno, principalmente, di quattro categorie: le donne, gli immigrati, i lavoratori del mezzogiorno, i giovani con contratti iperflessibili e temporanei.

Posto infatti che il salario netto mensile di un lavoratore tipo è di 1171 euro al mese, per i componenti delle quattro categorie indicate può oscillare tra le 969 euro mensili (- 13,4%) e 854 euro (- 27,1%). I salari non consentono a decine di migliaia di lavoratori ed alle loro famiglie di svolgere una esistenza dignitosa e libera dal bisogno.

La risposta non può essere lo smantellamento del Contratto Collettivo Nazionale di lavoro, quale garanzia di trattamento economico minimo inderogabile, va anzi tenuto fermo e rinnovato con meno ritardi per non indebolire il potere di acquisto dei salari.

I campi di interventi dovrebbero essere ben altri e ben più radicali: 1) arginare le forme di lavoro flessibile e precario; 2) introdurre meccanismi di salvaguardia del potere di acquisto dei salari e abbassare la pressione fiscale per i redditi da lavoro dipendente; 3) adeguare la tassazione delle rendite finanziarie e dei profitti.

Occorre ristabilire le priorità dell’agenda politica umbra e italiana, che fissi con nettezza e senza ambiguità la centralità della questione del lavoro insieme ai temi della sicurezza e dei bassi salari quali priorità ineludibili.

Si tratta di una grave questione di democrazia che la politica, a tutti i livelli, deve affrontare e risolvere.

Per queste ragioni riteniamo urgente che il Consiglio Regionale dell’Umbria sia pienamente investito del problema dei bassi salari e del continuo aumento dei prezzi dei beni di consumo delle tariffe.

 

 

Stefano Vinti