LE LIBERALIZZAZIONI SERVONO A CONTROLLARE I PREZZI?
È scoppiato l’aumento dei prezzi di beni e servizi che stronca i salari e i redditi delle famiglie più povere.
Gli esperti, ad iniziare dalla grande stampa, quella libera ed indipendente, ci dicono che quest’impennata è dovuta dall’aumento delle materie prime petrolifere ed agricole.
In molti ci hanno spiegato che le liberalizzazioni e le presenze di una molteplicità di operatori fossero una condizione sufficiente per evitare esiti monopolisti e che, comunque la vigilanza dell’antitrust avrebbe garantito tale eventualità.
Si è svolta una doppia operazione, si sono progressivamente liberalizzati i prezzi di molti beni e al tempo stesso si sono smantellati gli uffici preposti al loro monitoraggio.
Le imprese, che hanno qualche potere di mercato, colgono l’occasione di eventi esterni, come le turbolenze dei costi delle materie prime, per speculare sui prezzi dei loro prodotti.
Questi eventi esogeni costituiscono occasione di collusione esplicita e implicita con le altre imprese.
La collusione è facilitata dal numero ristretto di operatori, dallo scambio di cariche nei consigli di amministrazione delle varie imprese, ma comunque bastano segnali esterni per far scattare la molla degli aumenti dei prezzi in misura superiore all’aumento dei costi.
Fino a quando nell’ambito del ministero dell’economia esisteva un sistema di osservazione dell’andamento dei prezzi, si sapeva che i prezzi dei beni che erano liberalizzati correvano di più di quelli dei beni soggetti a controlli (5,4% contro 2,4% nel 2005). I prezzi dei beni soggetti a controllo avevano una dinamica leggermente superiore a quella dell’indice generale dei prezzi (che era in realtà del 2,2% nel 2005), ma nettamente inferiore a quella dei beni liberalizzati. Questo dimostra che la liberalizzazione non assicura il contenimento dei prezzi e necessita di decise inversioni di rotta.
Stefano Vinti



