"Le voci di dentro": carcere e nuovi percorsi di inclusione

Un ringraziamento davvero sentito a tutti gli ospiti relatori che hanno accettato il nostro invito e hanno anche un po' raccolto la sfida a misurarsi con la discussione di un argomento così impervio come la questione penitenziaria. Un argomento che spesso viene rimosso e ancora più spesso viene distorto e mistificato come sta accadendo proprio in questi ultimi tempi:credo che non sia sfuggita a nessuno la campagna giustizialista intrapresa da certa stampa a commento della legge sull'indulto; si continua a somministrare all'opinione pubblica una dose massiccia di allarme sociale, secondo la vecchissima logica del capro espiatorio, con linguaggi sempre più regressivi e lombrosiani che testimoniano un sentire securitario completamente trasversale ai vari schieramenti politici.Una forza di progresso come Rifondazione Comunista, che cerca sempre di collocarsi oltre il senso comune, in un'occasione come questa deve cercare di dare un'altra chiave di lettura, una differente griglia interpretativa di quello che accade e di come ci viene raccontato. Pertanto ribadiamo che l'indulto ha rappresentato un'opzione di civiltà  e di umanità  prima ancora che di buon senso, tenendo conto del degrado e del sovraffollamento che si erano raggiunti nelle carceri. La popolazione penitenziaria era passata dalle 25000 presenze del '90 alle oltre 60000 del 2005, quindi ben al di sopra del livello di massima capienza.

Questa ipertrofia carceraria non è riconducibile ad una particolare recrudescenza dei reati,che anzi sono in riduzione, ma piuttosto alla promulgazione di leggi che hanno esteso l'area dell'illegalità  come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi:non a caso i detenuti sono in prevalenza migranti, tossico-dipendenti  e persone con disagio psichico.Questo aumento esponenziale della popolazione penitenziaria e la sua connotazione di classe sono però anche il frutto della riorganizzazione post-fordista del capitale e della crescente pauperizzazione che ne è derivata.Dal punto di vista storico si può dire che con l'Illuminismo e con la nascita delle Scienze umane, anche l'amministrazione della giustizia prova ad umanizzarsi: sparisce la spettacolarizzazione dei supplizi, viene abolita la pubblica gogna, vengono tolte le catene dai piedi dei condannati; la giustizia allenta la sua presa dal corpo per divenire un regime di sospensione dei diritti.

Ebbene tutto questo portato storico rischia di infrangersi contro il pervasivo degrado carcerario a causa del quale la pena continua a mantenere un fondo suppliziante di pura espiazione della colpa. Scrive FOUCAULT in "SORVEGLIARE E PUNIRE"? :"?
il carcere è il luogo dell'ortopedia morale dove si cerca di governare la complessità  dei problemi con la restrizione dei corpi trasformandoli in corpi docili
"? In effetti l'apparato penale di un Paese è il prolungamento della sua economia così come il corpo non è semplicemente il supporto biologico dell'esistenza, ma il luogo della microfisica del potere,quindi la comminazione delle pene rientra pienamente nell'investimento politico del corpo come forza lavoro: tale investimento è possibile solo se il corpo viene irretito e umiliato all'interno di un sistema di assoggettamento.Infatti l'ordinamento penitenziario spesso è disatteso proprio riguardo all'organizzazione degli spazi di vita, la gestione del quotidiano, la gestione dei corpi appunto. Il PROVVEDIMENTO MARGARA approvato nel 2000 prevedeva l'introduzione di migliorie minime nelle condizioni abitative delle celle, ma è ancora inapplicato: nel 12% dei casi i servizi igienico-sanitari sono compresi nello spazio abitato comune, mortificando così la più elementare necessità  di privacy, mancano i vani doccia, mancano gli interruttori el'attenuazione e lo spegnimento delle luci avviene dall'esterno, le finestre sono schermate e anche di giorno c'è la luce artificiale. In queste condizioni è difficile risocializzare qualcuno, piuttosto si alimentano le tendenze più disgreganti, oltre a patologie da privazione sensoriale e alterata percezione temporo-spaziale. Un esegeta della modernità  come BAUMAN parla del delitto come di una via di fuga, un'"?uscita di sicurezza"?, ovviamente discutibile, da una crisi di integrazione sociale: quindi alla radice dell'illegalità  ci sarebbe in molti casi una domanda di integrazione alla quale si risponde invece con la reclusione, con un'istituzione che è per molti aspetti ancora l'"?istituzione totale"? di vecchia definizione; infatti quel processo di spoliazione e di annichilimento di cui parlava GOFFMAN è tutt'altro che residuale: il carcere è comunque un luogo dove si cede al ripiegamento individualistico, all'identificazione con le proprie parti più antisociali, all'azzeramento di ogni minima progettualità  esistenziale, che si disperde nel tempo dilatato e sospeso della dimensione reclusoria.C'è poi un aspetto che davvero rischio di svilire per il poco tempo che ho per parlarne ed è quello delle donne e dei minori. Le donne detenute sono una sparuta minoranza, meno del 5%: provengono di solito da contesti di esclusione, spesso di sopraffazione, contesti di sommazione di svantaggi multipli,prima di tutto culturali; sono significativi i dati sulla scolarità : spesso non è stato completato neppure il percorso dell'obbligo, molti sono i casi di completo analfabetismo. La detenzione precarizza ulteriormente la loro già  fragile rete relazionale perchà© detenzione vuol dire stigmatizzazione e dal carcere si esce in condizioni di esclusione ancora maggiore. Le donne detenute soffrono di trascuratezze in termini sanitari poichà© la medicina penitenziaria non è calibrata sulle specificità  della salute femminile, e anche l'offerta formativa è tarata sulle qualifiche di più basso profilo e di tradizionale appannaggio femminile. Perciò è sicuramente da sostenere la proposta di Antigone di allestire all'interno del DAP un ufficio che si occupi delle problematiche della detenzione femminile. L'aspetto più drammatico della detenzione femminile è quello legato alla maternità : molte detenute sono madri di bambini ancora piccoli e non sempre vengono concesse le misure alternative alla detenzione; nel giugno del 2005 i minori con meno di 3 anni ristretti in carcere con le loro madri erano 45: questa è un'aberrazione assoluta poichà© mi chiedo quali fondazioni emotive può strutturare un bambino che si trova a passare gli anni più significativi della sua crescita in un contesto così anomalo. Si tratta di un'infanzia negata che passa sotto silenzio,che non gode di nessuna sponda mediatica e che metto al primo posto nella gerarchia d'importanza delle criticità  che vado elencando. Il carcere dunque è poco risocializzante ed è anche un luogo malsicuro in termini strettamente sanitari, spesso l'infezione da HIV si contrae proprio in carcere, a fronte di un'assistenza medica scadente che risente dell'annosa questione della medicina penitenziaria; questa non è stata ancora pienamente devoluta al SSN e questo interregno che si trascina dequalifica ulteriormente le prestazioni. Il carcere è un luogo ad alto rischio di crollo psicologico, il tasso di suicidio è 4 volte più elevato che all'esterno ,specie nei giovani, specie nei primi giorni di detenzione: c'è bisogno sì di carceri più sicure, non nel senso di mura più solide, ma nel senso di investire in quelle figure professionali che all'interno del carcere svolgono un ruolo di tipo sostenitivo. La risocializzazione in fase detentiva deve continuarsi il più possibile con un lavoro di inclusione in fase post-detentiva assicurando una dimissione protetta dal carcere; la fase post-penitenziaria è ad altissima vulnerabilità : i tossico-dipendenti sperimentano proprio nell'immediatezza dell'uscita dal carcere il rischio più alto di overdose spesso fatale, poichà© vengono a mancare i riferimenti sanitari, anche se teoricamente vengono inviati ai SERT di zona. La fase post-detentiva è ardua per tutti perchà© si tratta di persone che non hanno nessun sostegno nà© familiare, nà© amicale; si tratta spesso di persone che hanno anche scarsissime competenze relazionali per i vissuti che hanno sperimentato e per lo stigma sociale pesante di essere degli ex detenuti che abbatte qualunque contrattualità  , nella ricerca di una casa e di un lavoro. Per sostenere l'inclusione post-penitenziaria è perciò necessario costruire delle alternative concrete ai circuiti dell'illegalità  dove fatalmente si rientra; è importante anche sostenere le COOPERATIVE DI TIPO B che inseriscono al lavoro soggetti sociali deboli come gli ex detenuti; d'altra parte tutta la cooperazione è nata ed è cresciuta intorno ad un preciso discorso sociale: quello di una società  a misura dei più deboli, un'idea di lavoro che sia anche fattore di inclusione e promozione sociale e che prescinda da quello che MARCUSE chiamava il "PRINCIPIO DEL PERFORMANCE"? cioè dell'efficienza e del rendimento. Il mondo della cooperazione è però in sofferenza: viene vissuto come un ammortizzatore del disagio, ma talora come una controparte dal sistema pubblico. Perciò è necessario investire nel rafforzamento della rete pubblico-privato sociale per garantire una risposta il più possibile integrata. Concludo con un appello agli EELL, ai Comuni soprattutto, poichà© sono il terminale più vicino ai cittadini perchà© colgano l'occasione per rilanciare un'idea più inclusiva di città  cominciando col considerare il carcere come parte del proprio territorio, non come l'altrove assoluto in cui confinare le peggiori proiezioni. L'indulto è dunque un'opportunità  anche per riaprire un'altra discussione da sempre rimossa cioè quella sulle pene alternative alla detenzione e di un progetto di superamento del carcere così com'è: il carcere così com'è serve davvero a poco, è solo un recinto per la miseria in tutte le sue forme dove la marginalità  di solito si cronicizza perchà©, come ebbe a dire un detenuto illustre che rispondeva al nome di ANTONIO GRAMSCI "
gli uomini in cattività  sviluppano alacremente il lato peggiore del loro carattere
"?

Silvana Di Girolamo