L'intervento di Paolo Pacifici, sindaco di Campello sul Clitunno, sulla sicurezza sul lavoro

Oltre mille morti ogni anno, seicentomila incidenti e quaranta miliardi di Euro spesi. È questo il costo sociale e economico che producono gli infortuni sul lavoro nel nostro Paese.

Sono questi i dati dell’Inail che, ovviamente, non considerano quanto non rientra nelle casistiche ufficiali e afferisce alla sfera dello sfruttamento, del lavoro nero e non regolare.

Le statistiche poi evidenziano come in una grande quantità di casi siano coinvolte ditte appaltatrici, frequentemente di sabato, quando le fabbriche non sono in attività e nei capannoni e nelle officine si svolgono i lavori di riparazione e di manutenzione.

Dopo la catastrofe alla Umbria Olii del 25 novembre scorso, che costò la vita a 4 lavoratori ed un’altra vittima scivolata da un tetto il 13 gennaio, il territorio di Campello sul Clitunno è divenuto, nostro malgrado, luogo simbolo di questa crudele tragedia. Esprimere anche un solo commento su ogni nuovo episodio, che ciclicamente si ripresenta davanti ai nostri occhi ed alle nostre coscienze, è perlomeno angosciante.

Nel rilevare il novero dei morti sul lavoro che sembra non avere fine, non è retorica dire che ci troviamo di fronte ad un vera e propria emergenza sociale. Ma non basta! La verità è che quello in cui viviamo è un modello di sviluppo davvero vergognoso per i nostri tempi, che non rispetta l’individuo e che lo annienta in nome del profitto. E retorico diventa dire che vanno attesi i risultati delle varie indagini, per scoprire come venivano condotti i lavori e se è possibile individuare responsabilità in capo a qualcuno.

Ma i responsabili di questa violenza contro il genere umano già ci sono e sono ben individuabili, anche se molti di noi non vogliono vederli e si coprono gli occhi di fronte alle immagini di chi muore. Molti di noi fanno finta di non conoscere gli autori di tali delitti neppure quando sono costretti ad assistere alle lacrime di figli che perdono un padre, al pianto di donne che perdono il proprio compagno, al dolore di intere comunità che ogni giorno perdono un amico.

Ma chi vuole riconoscerli sa bene chi sono gli assassini di questa guerra spietata. Sono innanzitutto regole spesso insufficienti ed inadeguate, che si basano sul principio del profitto e non su quello della dignità dei lavoratori. Sono un modello economico che viene prima di ogni altra cosa e che detta le regole che, al contrario, dovrebbero governarlo. Sono le differenze sociali tra chi ha sempre di più e sempre di più pretende e chi, invece, è costretto a lavorare in fretta e senza protezioni, lontano da casa e ben oltre l’orario consentito, per un salario buono solo per tirare alla fine del mese successivo. Sono la precarietà, la debolezza dei lavoratori troppo spesso soli, i contratti di lavoro ipocriti, che con la scusa della competitività delle aziende generano una classe di uomini e donne in balia di un mercato che li tiene quotidianamente sul filo del rasoio, a lavorare il doppio per sperare in una riconferma per altri due o tre mesi. Sono la supremazia del mercato sull’uomo e sulla sua dignità.

Pierpaolo Pasolini, a proposito delle strage irrisolte del suo tempo diceva: "Io so i nomi dei responsabili delle stragi […] Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli. […] Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i fatti disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero."

Se anche noi conosciamo i responsabili di una delle stragi perpetue dei nostri tempi, quella che vede coinvolti i lavoratori e le lavoratrici, se riusciamo ad individuarli osservando i fatti e associandovi le cause anche meno esplicite, allora abbiamo il dovere assoluto di intervenire e di cambiare lo stato di cose esistenti, almeno per non essere conniventi con un sistema economico che uccide anziché emancipare ciascun individuo. A tutti i livelli non può sfuggirci la colpevolezza che mantenere il modello su cui si basa il nostro sistema produttivo ci condurrà inesorabilmente ad aumentare ancora il numero dei caduti di questa guerra mai dichiarata.

Ormai, pertanto, occorre avviare un percorso di trasformazione di questo sistema nel quale, in primo luogo, vanno coinvolti i lavoratori e le lavoratrici, insieme alle forze sindacali, le cui proposte devono essere considerate in via prioritaria dalle istituzioni che, a loro volta, devono aprire una grande fase di inchiesta sulle condizioni del lavoro ed una stagione di lotta all’insicurezza ed alla precarietà.

La riforma della legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sulla salvaguardia della salute dei lavoratori, iniziata dal nuovo Governo, è diventata ormai una priorità imprescindibile per il progresso vero e sano di un Paese moderno. Vanno introdotti, in questo senso, senza mediazioni al ribasso né compromessi, nuovi elementi di rigidità a partire da una maggiore presenza e incisività dei controlli della vigilanza sanitaria. Ruoli e responsabilità vanno attribuiti in maniera più chiara all’interno delle aziende, così da evitare che all’indomani delle tragedie la colpa sia sempre dei morti. L’apparato sanzionatorio non può limitarsi ad individuare il non rispetto della normativa sulla sicurezza come illecito amministrativo, ma deve considerarlo sempre come vero e proprio reato penale ed i costi della sicurezza devono essere inseriti dalle aziende come costi della produzione e non come costi del lavoro. L’avvio e l’esecuzione di lavori di manutenzione, in particolare se esternalizzati, debbono essere comunicati alle autorità locali al fine di favorire la trasparenza ed i controlli, anche se non richiedono dichiarazioni di inizio attività o autorizzazioni edilizie. Gli organi di vigilanza debbono essere potenziati sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Il valore della sicurezza sui luoghi di lavoro deve diventare un valore culturale, da insegnare anche nelle scuole e nelle università, dove oggi invece si impara quasi solo a massimizzare i profitti.

La massima sicurezza possibile, in sostanza, deve essere un diritto da non subordinare a nessun altro interesse diverso, per invertire la rotta ed impedire che, alla fine di ogni anno, il conto delle vittime sia ogni volta quello di una vera e propria guerra.

Paolo Pacifici

Sindaco di Campello sul Clitunno


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