COSTITUZIONE DELLA FONDAZIONE “MUSEO REGIONALE DELLA RESISTENZA”
DISEGNO DI LEGGE REGIONALE COSTITUZIONE DELLA FONDAZIONE “MUSEO REGIONALE DELLA RESISTENZA” RELAZIONE1. L’Istituto per la Storia dell’Umbria dal Risorgimento alla LiberazioneNel gennaio del 1974 due Consiglieri regionali, esponenti di punta dei due partiti della sinistra storica dell’Umbria, PSI e PCI, Fabio Fiorelli e Francesco Innamorati, allora rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Consiglio regionale, depositarono un disegno di legge avente per oggetto “Costituzione di un Istituto umbro per la storia del fascismo e della resistenza” La prima motivazione di tale proposta era quella di evitare quello che era già successo per il Risorgimento, cioè la mancata raccolta della documentazione storica relativa agli eventi, alle persone ed ai luoghi testimoni di quel periodo storico, in presenza, invece, di iniziative in tal senso in altre Regioni italiane. Vi era poi un’altra motivazione: le origini del fascismo, il suo essere sorto per escludere con la violenza le classi popolari da una autonoma attività sindacale e politica ed il suo trasformarsi poi in un regime a base di massa, dovevano essere affrontate con un’iniziativa idonea allo scopo. Un Istituto universitario veniva giudicato insufficiente perché l’obiettivo di tale iniziativa era soprattutto“la raccolta e la mobilitazione capillare delle più diverse energie ed iniziative popolari e la promozione di iniziative dirette ed indirette a tener viva l’opinione pubblica sugli scopi della ricerca”. Un obiettivo, cioè, di natura prevalentemente politico- culturale finalizzato a rinsaldare nella popolazione il patto delle forze politiche antifasciste da cui era risorta l’Italia democratica e repubblicana.Tale proposta fu approvata con modificazioni inserendo quale periodo storico di riferimento quello che va dal Risorgimento alla Resistenza e divenne la L.R. n. 31 del 29 Aprile 1974. Grazie all’attività di tale istituto si aprì una stagione di iniziative ed eventi sulla Resistenza, colmando un vuoto colpevole. Lo stesso Francesco Innamorati ebbe in seguito ad affermare che prima di tale Istituto “erano più conosciute e documentate le faide medievali tra Perugia e Foligno di quel che era avvenuto in Umbria tra il '43 e il '45”. Ma pochi anni dopo cominciò a manifestarsi, anche in Umbria, un interesse diffuso nei confronti dei problemi legati al campo della storia dell’industria e della valorizzazione degli archivi d’impresa. L’Istituto per la Storia dell’Umbria dal Risorgimento alla Liberazione, avendo tra i suoi fini statutari quelli del censimento e della raccolta della documentazione utile a ricostruire le vicende del territorio regionale, considerato in tutti i sui aspetti storici, si orientò decisamente in tale nuova tendenza ed anzi ne fu tra i principali promotori, ottenendo nel tempo pregevoli risultati e conquistando autorevolezza anche a livello nazionale, ma perdendo di vista le finalità dell’Istituto, così come pensato dai proponenti. E così nel 1982 con la legge regionale n. 41 cambiò denominazione in ISUC. Vi era alla base di tale scelta anche forse la convinzione che i campi di ricerca individuati dalla legge del 1974 fossero troppo limitati ed anche angusti, rispetto alla vastità dei fenomeni degni di studio, ma così si perdeva di vista il senso profondo dell’iniziativa dei promotori che era quello di una ricerca che non si esaurisse in sé, per la quale sarebbe bastato un Istituto universitario , senza crearne di nuovi, ma che fornisse in un continuum durevole, alle successive generazioni che si sarebbero avvicendate nella società regionale il senso dei valori morali civili e culturali di quelle stagioni il Risorgimento e la Liberazione perché fossero per tali generazioni una linfa vitale: educare a considerare il valore della Libertà politica di un popolo e rispettare e difendere le istituzioni democratiche nate appunto da tali valori e rese concrete dalla Costituzione,non come un dato ormai acquisito per sempre, ma come una conquista che va difesa e sempre di nuovo rigenerata. 2.Il revisionismo storicoIl revisionismo storico è un movimento storiografico, culturale, anche politico, che procede alla liquidazione progressiva del ciclo delle Rivoluzioni europee a partire dalla Rivoluzione francese fino a quella dell’Ottobre del 1917. Esse vengono bollate come criminali, evidenziando solo i fatti di sangue, spesso marginali, collegati a tali eventi. Da tali assunti a delegittimare la Resistenza il passo è breve. Ed assieme a questa demonizzazione c'è, in qualche modo, se non la riabilitazione, la banalizzazione di fenomeni come il nazismo e il fascismo che si sono collegati sin dall'inizio in aspra polemica contro questa tradizione rivoluzionaria europea. Il giudizio sul fascismo italiano e sulla Resistenza, di storici come De Felice a partire dagli anni Ottanta, ha cercato di instaurare un nuovo senso comune che, stravolgendo la storia del Paese, ha raffigurato l'antifascismo come sinonimo di faziosità, pregiudizio ideologico e sterile moralismo, e, al contrario, la rivisitazione benevola e giustificativa del fascismo come sinonimo di anticonformismo, apertura mentale e spregiudicatezza. Il ragionamento della storiografia revisionista ha al suo centro la scoperta della questione del consenso al regime, formulata peraltro nelle "lezioni sul fascismo" tenute da Palmiro Togliatti a Mosca nel 1935, incentrate appunto sulla nozione del fascismo come "regime reazionario di massa e, pertanto, forte di un vasto consenso popolare e, quindi, non dittatoriale. Si cerca di restituire una immagine aconflittuale della società italiana durante il fascismo, legittimando un giudizio sul fascismo condiviso dall’opinione pubblica moderata che così può essere riassunto: il fascismo è un fenomeno politico moderno, progressista, consensuale; è autoritario ma senza eccessi, è una dittatura all’acqua di rose: nulla a che vedere con il nazismo, che è il vero responsabile delle efferatezze che, per la sua minore forza contrattuale, il fascismo fu costretto ad avallare. In questo modo la coscienza nazionale è salva e così il rapporto con il più recente passato. La tesi finale di tale percorso è quella che ai fini di una giusta percezione della portata e del senso del dramma epocale della modernità l’opposizione fascismo/antifascismo è meno decisiva dell’antitesi totalitarismo/democrazia, in quanto fascismo e comunismo condividerebbero entrambi almeno un tratto ideologico: il rifiuto della modernità, e dunque della democrazia, indissociabile” dalla “moderna società industriale e mercantile. La conclusione “conseguente” di tale percorso è quella di espellere dall’antifascismo la sua componente maggioritaria, i comunisti, che ne ha determinato in larga misura il peso e la capacità di incidenza, così da cancellare proprio i caratteri peculiari del passaggio specificamente italiano alla modernità e alla democrazia che è stata la Resistenza. Ma così si arriva ad una conclusione palesemente insostenibile perché non si può rovesciare la giusta distinzione tra antifascismo e democrazia in una identificazione tra anticomunismo e democrazia. Le operazioni di rilettura storiografica del passato non sono solo dotte esercitazioni , ma come ci ricorda G. Orwell, “Chi controlla il passato, controlla il presente”, tali azioni sono finalizzate ad affermare anche in Italia un nuovo corso politico depurato da memorie storiche non compatibili con lo stesso.3.Il revisionismo in UmbriaNel volume "Rossi per sempre", pubblicato in Umbria, lo storico Galli della Loggia afferma che l'impegno antifascista delle popolazioni umbre è stato praticamente inesistente, in quanto l’Umbria era una regione “massiciamente fascista". Se tale affermazione ha un riscontro obiettivo, essa però si riferisce a Perugia ed alle altre città e cittadine umbre "del silenzio", come le chiama D'Annunzio e come, polemicamente, le ricorda Gramsci, cioè alle città non industriali, alle città degli agrari, centri che vivevano sullo sfruttamento del lavoro contadino e sul pubblico impiego. Ma i contadini, che erano stati i veri sconfitti dal Fascismo, movimento sostenuto in modo preponderante dagli agrari e che erano la metà della popolazione umbra, erano rimasti sempre estranei o diffidenti rispetto al regime e animarono in massa il movimento di Liberazione dell’Umbria. 4. La Resistenza in UmbriaGli scontri armati fra formazioni partigiane e nazifascisti, cominciati nel settembre - ottobre '43 continuarono fino a tutto luglio '44. Sette partigiani umbri sono stati decorati, alla memoria, di medaglia d'oro al valor militare. Fra questi Mario Grecchi, allievo del Collegio Militare di Milano e giovanissimo comandante di un reparto partigiano Giustizia e Libertà fucilato dai tedeschi il 9 maggio '44, il ten. col. compl. Venanzio Gabriotti, democristiano, animatore della Resistenza a Città di Castello, fucilato dai tedeschi il 9 maggio '44, Germinal Cimarelli, operaio comunista di Terni, caduto in combattimento il 20 gennaio del '44. Ben sette le medaglie d'oro concesse al V.M. in Umbria, una piccola regione, attestano la combattività nel movimento partigiano umbro dietro al quale c'era l'appoggio di gran parte delle popolazioni della montagna. I partigiani liberarono prima Norcia e Cascia, con Visso e Leonessa sin dall'inizio del '44 e lì costituirono la prima "zona libera", la prima repubblica partigiana dell'Italia centrale; così a Pietralunga, nell'alta Valle del Tevere, liberata dalla Brigata San Faustino - Proletaria d’urto; e così a Foligno e poi a Terni dove gli inglesi trovarono già insediata e funzionante una municipalità provvisoria. 5. Il ruolo delle istituzioni democratiche Alle istituzioni democratiche elettive in questa fase storica, in cui si rimettono in discussione i fondamenti politici della Repubblica democratica, competono azioni più incisive che non siano solo le celebrazioni del 25 Aprile, ma una assidua vigilanza perché nella propria azione del governo ed in quella delle altre istituzioni dello Stato, siano sempre presenti i principi ed i valori della Resistenza e della Costituzione e non vada in alcun modo disperso il carattere unitario e pluralistico che la Resistenza ha avuto nel corso della lotta per dare all’Italia una nuova identità nazionale e successivamente per difendere e affermare questo grande valore democratico. Di qui il necessario impegno per una strategia costante della memoria e per la difesa dei valori della Costituzione. È necessario infatti che questo patrimonio ideale sia trasferito intatto alle giovani generazioni perché lo possano utilizzare al fine di dare continuità, in una proiezione attuale e moderna, ai principi della nostra Carta Costituzionale e alla vocazione per l’unità europea, in una visione globale che oggi pone, anche in modo nuovo rispetto alle passate esperienze, la grande questione dei diritti umani fondamentali, della libertà e dignità delle persone, nella prospettiva di una società più libera, più giusta e più solidale. 6. Perché un Museo della Resistenza oggi?In questi ultimi anni l’attenzione verso i musei storici e i luoghi di memoria della seconda guerra mondiale non solo non si è attenuato, ma è notevolmente aumentata in tutta Europa, sia per effetto di alcune operazioni culturali di grande rilievo (si pensi solo al Memoriale di Caen, o al Museo ebraico di Berlino), sia per la maggiore consapevolezza che questi luoghi possono trasmettere in modo efficace la conoscenza storica della guerra, della deportazione e della Resistenza. Anche in Italia, a fronte dell’assenza di un museo centrale dedicato alla Resistenza o alla seconda guerra mondiale si registrano una pluralità di esperienze, molte delle quali presenti in molte regioni: Toscana, Piemonte ed in particolare l’Emilia Romagna, dove esistono non pochi istituti storici della Resistenza, da anni impegnati a sostenere o promuovere musei e luoghi di memoria a produrre ricerche sul rapporto tra storia e memoria, a realizzare sperimentazioni sul rapporto tra storia e territorio (ad esempio con i sentieri partigiani). 7. I compiti del MuseoLe attività del Museo regionale della Resistenza si dispiegheranno in tutto il territorio regionale. Esse dovranno ispirarsi ad una metodologia della comunicazione della storia e della trasmissione della memoria che utilizza i differenti linguaggi per diffondere la conoscenza degli eventi del passato, cercando di fuoriuscire dall’ambito unicamente commemorativo per richiamare l’attenzione, anche dei più giovani, su temi fondamentali della storia contemporanea, ma anche sui problemi più generali dei diritti di cittadinanza, del sapere critico, dell’identità e della coesione sociale. Il museo collaborerà attivamente con gli enti locali ed altri soggetti territoriali al fine di creare programmi di divulgazione storica il più possibile fruibili anche da un vasto pubblico. In questo senso saranno realizzate rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali, eventi musicali, mostre fotografico-documentarie. Sarà curato poi il settore della didattica e quello della ricerca scientifica, quest’ultimo avvalendosi della collaborazione con l’ISUC. Il museo dovrà inoltre salvaguardare le testimonianze esistenti, attraverso una costante opera di manutenzione e restauro dei numerosi cippi o monumenti che ricordano ai contemporanei il segno di un martirio, di un sacrificio, di un’azione eroica lì occorsa nel periodo della lotta di Liberazione dal nazi-fascismo. Il Museo potrà infine assumere, su mandato degli Enti locali aderenti la cura e la gestione delle strutture museali esistenti dedicate alla Resistenza. 8. Perché la Fondazione In questo campo la Regione Umbria vuole assumere il ruolo, non di guida, ma solo di promotore di una vasta convergenza del sistema delle istituzioni pubbliche, in particolare di Comuni, Province gli enti democratici elettivi, ma anche delle diverse Associazioni di partigiani, reduci, ex internati e delle organizzazioni sindacali, per costituire in Pietralunga, unica città umbra decorata al valor militare ed alla Resistenza il "Museo regionale della Resistenza" DISEGNO DI LEGGE REGIONALE“COSTITUZIONE DELLA FONDAZIONE “MUSEO REGIONALE DELLA RESISTENZA” Art.1 1. Con la presente legge la Regione Umbria promuove la costituzione della Fondazione "Museo regionale della Resistenza".2. La Giunta regionale svolge a tale scopo un’attività di coordinamento per favorire la più ampia adesione a tale iniziativa, con particolare riferimento ai Comuni ed alle Province della regione. Art. 2 1. Il Presidente della Giunta Regionale è autorizzato a partecipare, in rappresentanza della Regione Umbria, quale socio fondatore, alla istituzione della Fondazione "Museo regionale della Resistenza", che sarà costituita con apposito atto pubblico ai sensi delle norme del codice civile. Art. 3 1. La Fondazione ispira la sua attività ai valori della dignità e della uguaglianza degli uomini senza distinzione di razza, ideologia, fede religiosa, e agli ideali di pace e fratellanza fra i popoli. 2. Per il conseguimento delle sue finalità la Fondazione istituisce il Museo regionale della Resistenza, con sede in Pietralunga, che opera in tutto il territorio regionale per promuovere la quotidiana testimonianza dei valori di libertà, democrazia e giustizia sociale che hanno ispirato la Resistenza e che stanno alla base della Costituzione della Repubblica italiana. 3. Il Museo regionale della Resistenza opera in via ordinaria attraverso l'attivazione di percorsi didattico-culturali d'indagine e di approfondimento storico della Resistenza, attraverso la collaborazione continuativa con l’ISUC di cui alla L.R. n 41 del 12 agosto 1982, con istituti scolastici ed universitari e con associazioni culturali, per favorire l'arricchimento culturale e storico delle giovani generazioni.4. Il Museo regionale della Resistenza cura, anche attraverso apposite intese con i soggetti proprietari, la manutenzione ed il restauro dei cippi e dei monumenti eretti a memoria di eventi connessi alla Resistenza. 5. Il Museo regionale della Resistenza può assumere, su mandato e previa specifica convenzione con gli Enti locali aderenti, la cura e la gestione delle strutture museali già esistenti dedicate alla Resistenza. Art. 4 1. Lo statuto della Fondazione deve prevedere la presenza in assemblea di rappresentanti delle Associazioni della Resistenza, delle Associazioni dei deportati e degli internati e di quelle combattentistiche. Art. 5 1. Il Presidente della Regione è autorizzato a compiere tutti gli atti necessari al fine di perfezionare la partecipazione della Regione alla Fondazione. 2. I diritti inerenti alla qualità di socio fondatore della Regione Umbria sono esercitati dal Presidente della Giunta regionale o da un suo delegato. Art. 6 1. La Giunta regionale provvede alla nomina dei rappresentanti della Regione negli organi della Fondazione, secondo quanto sarà previsto dallo statuto della Fondazione. Art. 7 1. La Regione Umbria partecipa alla costituzione del fondo di dotazione della “Fondazione Museo regionale della Resistenza” con un contributo di Euro 200.000,00 annui. A tale onere si farà fronte con l'istituzione di un apposito capitolo nella parte spesa del bilancio regionale, che verrà dotato della necessaria disponibilità mediante specifica autorizzazione di spesa da disporsi in sede di approvazione della legge finanziaria regionale 2008